Ricomincio da me”… è l’aforisma dell’intera vita di Vincenzo Muccioli,  fondatore della comunità San Patrignano di Rimini. Comunità  fra le più note al mondo, per il recupero dei tossicodipendenti.

Corre l’anno 1978 quando viene costituita la prima cooperativa della comunità. Nel pensiero del giovane Muccioli, fresco di matrimonio con la coetanea Maria Antonietta Cappelli, c’è il sogno utopico di costituire una città ideale. Vuole progettare una dimora sicura per persone emarginate, isolate dal tessuto sociale per problematiche legate alla tossicodipendenza.

Figlio di un assicuratore, interrompe presto gli studi per dedicarsi all’attività del padre. Sin da ragazzo coltiva la passione per la terra, per le grandi tenute agricole, per l’allevamento di bestiame e le tecniche di riproduzione artificiale.

Una volta sposato decide di trasferirsi in un podere nel comune di Coriano, a San Patrignano di Rimini

Nel giro di pochi anni Muccioli organizza e crea un rapporto sinergico fra natura, uomo e ambiente, assolutamente innovativo per gli anni ’70.

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Tossicodipendenza

Nella Comunità di San Patrignano entrano i primi ospiti che lavorano nella tenuta con varie mansioni, ma il numero cresce velocemente: si raggiungono cinquecento pazienti nel 1984. 

San Patrignano diventa un ente di formazione professionale, riconosciuto dalla Regione Emilia Romagna.

Questi sono anni tragici della storia del nostro paese in termini di droga. È il boom del consumo di eroina e dei malati di Aids. Questa malattia, allora sconosciuta, è capace di distruggere le cellule del sistema immunitario, impedendo all’organismo di combattere anche le infezioni più banali.

Altre droghe compaiono velocemente nel panorama della tossicodipendenza: fra tutti il crack, droga derivata dalla lavorazione di un’altra tipologia di sostanza stupefacente, ovvero il cloridrato di cocaina.

L’ossicodone, un comune antidolorifico, noto come “Oxycontin”, viene utilizzato normalmente da pazienti con sofferenza di dolori cronici.

La marijuana,  sostanza psicoattiva che si ottiene dalle infiorescenze essiccate delle piante di canapa, oggi denominata “droga leggera”.

I fito-cannabinoidi, contenuti nella pianta, sono i diretti responsabili della  dipendenza da cannabis. Il meccanismo d’intossicazione dell’organismo ha come effetto episodi di euforia o di rilassamento, seguiti da alterazioni cognitive e psicomotorie.

L’impegno della comunità è costante e a fianco di Vincenzo Muccioli si uniscono Don Mario Picchi, e Don Oreste Benzi, fondatori del Muvlad. (Movimento unitario volontari lotta alla droga). In breve tempo sviluppano  una legge a sostegno dei tossicodipendenti: la legge Jervolino –Vassalli, promulgata nel 1990.

Quando gli ospiti nei primi anni ’90 salgono a millequattrocento, viene inaugurato il Centro Medico per la cura e la prevenzione dell’Aids e Hiv.

L’espansione della comunità di San Patrignano

Il grande cambiamento è ormai alle porte: l’ente formativo di San Patrignano si trasforma presto in una comunità alla quale aderisce l’intera famiglia Muccioli. La modernità del pensiero del suo fondatore si esprime nel concepimento di una struttura che opera per la vita e la dignità umana.

Muccioli all’inizio della sua attività si era interessato anche a discipline come la parapsicologia e lo spiritismo, fondando il gruppo del “Cenacolo”, nel quale ricopriva il ruolo di medium.

Lo spiritismo, evocazione dei defunti attraverso rituali, appartiene a tempi remoti, e nasce come tutte le pratiche primitive, per esorcizzare la paura della morte. Il cenacolo comunque aveva come obiettivo l’assistenza dei malati attraverso la medicina naturale.

Ma la comunità di San Patrignano di Rimini com’è cambiata negli anni?

Dopo quasi quarant’anni anni dalla sua nascita, la comunità non è più la modesta tenuta di campagna delle sue origini, ma una realtà attiva che incarna ancora i valori del passato.

La lotta contro l’emarginazione e il disagio psicologico che può derivare dall’uso di droghe restano i pilastri dell’impegno sociale che si propone di portare avanti la comunità stessa.

La filiera

Se all’inizio la tenuta agricola allevava una quarantina di capi di bestiame e un piccolo centro cinofilo, ora le stalle di “Sanpa” contano circa trecento animali da lattazione.

Il cento per cento del latte vaccino di San Patrignano è destinato alla produzione di formaggi interni come caciotte, ricotta e il famoso squacquerone: farcitura tipica della piadina romagnola.

Per garantire un’alta qualità del prodotto, ogni mucca viene sottoposta ad un monitoraggio severo, attraverso un sofisticato sistema elettronico che ne rileva le condizioni di salute, consentendo così di selezionare il latte nella maniera più rigorosa possibile.

Elemento importantissimo per la produzione casearia è l’alimentazione. Le materie prime per preparare i mangimi sono foraggi, mais, orzo, soia e favino.

Negli anni si è aggiunto l’allevamento di filiera di Mora Roma­gnola, un’antica razza autoctona, oggi recuperata, riconosciuta Presidio Slow Food.

Circa 130 capi vengono allevati a San Patrignano di Rimini, ma questa razza autoctona nel 1949 rischiava di scomparire

L’allevamento selezionato della comunità si avvale da anni della collaborazione di un alimentarista, che prepara le dosi e stabilisce le razioni in base allo stato di salute degli animali e alla produzione del latte.

Assieme all’allevamento si incrementa anche la produzione vinicola. “Una casa in collina, un podere, una vigna”, recita lo slogan della cantina, che ha origine a fine anni ’70. All’inizio i vini erano quelli del territorio: Sangiovese e Trebbiano. Il nostro è un clima temperato, e, la vite essendo una pianta mediterranea predilige il clima mite.

A metà anni ’90 il vino di San Patrignano acquista di valore. Si innestano nuovi vigneti: il Montepirolo, con uve merlot, cabernet sauvignon e cabernet franc. Si implementano le vigne di Sangiovese, fino a raggiungere vitigni con un’estensione di 6.600 piante per ettaro.

Anche il panificio viene ampliato: oggi vanta un laboratorio per la produzione di pane e pasticceria, in cui lavorano centinaia di ospiti coinvolti nel percorso di recupero e di reinserimento sociale.

Spesso il panificio partecipa a eventi per la solidarietà internazionali, come l’evento Burkina Faso del 2016, dove venne prodotto il pane Shalom, una particolare baguette intrecciata con i semi di sesamo.

E ancora, la pregiata lavorazione delle carni, 100% italiane, con la conseguente produzione di salami, pancetta, e lardo, ottenuti dalle migliori rifilature di prosciutto, lombo e pancetta.

Infine l’olio extra vergine d’oliva, con la produzione dei marchi Evo e Il Palatino. Il primo caratterizzato dalle olive del Corregiolo, Leccino, Moraiolo, Pendolino e Rossina; l’altro, prodotto nell’omonima tenuta in Toscana.

Il ristorante Vite a San Patrignano Rimini

Vera punta all’occhiello è il ristorante Vite, immerso nella natura delle colline riminesi, segnalato dalla guida Michelin, propone una cucina creativa e attenta ai palati più esigenti. Le materie prime sono del territorio, a kilometro zero: dai formaggi ai salumi; dalla carne ai prodotti dell’orto.

 I piatti della tradizione romagnola sono rivisitati da chef stellati che sanno equilibrarne sapori e storie. Tutte le eccellenze di San Patrignano si sposano con la bellezza, il gusto e il paesaggio, per ritrovare le proprie radici, in un ambiente esclusivo.

Perché quella di San Patrignano è una realtà viva. Il recupero dei tossicodipendenti dura in media quattro anni. Di certo è un lungo periodo di tempo in cui gli ospiti ritrovano la gioia di vivere, attraverso un cammino d’amore e di lavoro.

«Solo chi prova esperienze di questa natura comprende le difficoltà legate ai disagi e all’emarginazione –  sostiene la comunità –  ricostruendo l’identità delle persone, rafforzandone i valori. La comunità mette ai primi posti: l’onestà, l’impegno, il rispetto per se stessi e per gli altri, la solidarietà e la capacità di relazione».

 

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