Seguo da qualche anno la ricerca estetica di Michele Motiscause, un bravissimo artista italiano che ha eletto a quartier generale l’effervescente Barcellona.

Michele Rossi (Motiscause è un nome d’arte) è nato a Pisa nel 1966 e si è formato allo IED (Istituto Europeo di Design), a Milano e alla facoltà di Architettura dell’Università di Firenze.

Il suo percorso artistico l’ha portato a esporre in sedi e contesti d’assoluto prestigio, come la Sala Hiroshima, Bcn, Loop Festival (col supporto dell’Istituto Italiano Cultura) e Museo Disseny Hub a Barcellona, lo Sheshan MOCA (Museo d’Arte Contemporanea) a Shanghai, la Mishkin Gallery a New York e il Matadero a Madrid.

Ciao Michele, iniziamo quest’intervista con un aneddoto che racconti spesso e spiega l’origine del tuo nome d’arte. Leggerlo mi aveva ricordato una vecchia intervista a Francesco Guccini, sull’album “Radici”.

Il mio nome d’arte è una composizione di due parole, “Motis” e “Cause”. Motis è un soprannome che mi è stato dato da piccolo, dai miei amici di infanzia di San Giuliano Terme, in provincia di Pisa, dove ho vissuto l’adolescenza.

L’origine del nome nasce dalla mia grande passione per le moto da cross. “Mota” in pisano significa fango e dunque, hanno creato questo termine al quale io ho aggiunto “Cause” come a dire: le “Cause di Motis”. Ho poi mantenuto il mio nome ed è venuto fuori Michele Motiscause.

Durante il tuo percorso formativo, hai incontrato Bruno Munari (grande artista, designer e grafico italiano). Tra te e lui c’è stato un confronto importante? E se sì, cosa ti ha lasciato?

Mi sono presentato al maestro Bruno Munari al Palazzo Reale di Milano, in una sua personale. Era in mezzo a tanti bambini, lavorava molto con loro in quel momento.

Io facevo una scuola specializzata in design e prendevo lezioni di nudo all’Accademia di Brera.

Stavo lavorando a un progetto mio, che sognavo di presentargli prima o poi. Un giorno mi feci coraggio e andai diretto con l’intenzione di presentarmi; lui fu estremamente gentile con me, gli spiegai la mia idea molto emozionato e ricordo che lo interessò e mi dette subito dei titoli di libri per approfondire insieme al suo numero di telefono.

Non mi sembrava vero di avere il numero di uno dei miei artisti preferiti! Inoltre, mi invitò ad assistere alle lezioni che lui dava alla Scuola Superiore di Comunicazione di Milano.

Ogni volta che potevo andavo alle sue lezioni come esterno, oppure lo chiamavo e ci incontravamo per parlare di arte e dei miei dubbi.

Lui sempre gentilissimo mi spiegava, parlava piano, con parole semplici che mi rimanevano a lungo in testa; è stato molto importante per me e mi ha aperto grandi orizzonti, mi ha chiarito tanti punti confusi che avevo in questo ambito di ricerca estetica. Ricordo la sua grande delicatezza. Gli devo molto.

Esposizione di Michele Motiscause al Museo Disseny Hub di Barcellona

La ricerca estetica di Michele Motiscause si è spostata a Shangai, New York e in Spagna (prima Madrid e poi Barcellona, tua base operativa). Quanto e perché Barcellona è importante e come hai vissuto la fase degli scontri tra Catalogna e governo spagnolo?

La coincidenza vuole che proprio nell’anno in cui conobbi Munari, feci un viaggio in Spagna per andare a trovare un amico che aveva creato una rivista specializzata in design, che poi sarebbe diventata un punto di riferimento nell’ambito: “Experimenta”.

Prima di raggiungere Madrid, soggiornai per una settimana a Barcellona; ricordo che rimasi innamorato della sua luce e della sua aria di mare, mi rimase nel cuore. Molti anni dopo, nel 2004, ritornandoci in vacanza e libero da vincoli lavorativi, ci rimasi.

Con dedizione e passione ho scelto di riprendere qui la mia traiettoria artistica: è il luogo ideale per produrre arte. Lavoriamo con persone di tutto il mondo che solo Barcellona ci dà e ci ha dato la possibilità di incontrare.

Per quanto riguarda la questione indipendentista, devo dire che ho sempre mantenuto una certa distanza, è un problema complesso e poi non ho mai creduto agli indipendentismi ideologici o economici; l’essere umano è interdipendente per natura.

Nel 2017, ho scritto della tua personale alla galleria h2o di Barcellona. Mi aveva colpito il tuo approccio “materico” ai supporti cartacei. A volte, ho la sensazione che la tua pittura si faccia un po’ “scultura”

Non penso mai alla scultura quando lavoro con la carta, ma può succedere come nel caso di un mio progetto “Sons de Paper” (Suoni di Carta) che gli enormi fogli da me costruiti, siano talmente texturizzati che, a seconda dell’illuminazione, come per quella usata nella mostra al Museo Disseny Hub di Barcellona, la superficie assuma un aspetto talmente materico da poter sembrare anche pietra.

In realtà non è mai nelle mie intenzioni usare un mezzo, come la carta per esempio, per illudere lo spettatore facendogli credere che sta osservando un materiale diverso.

Se io uso la carta, è perché voglio un registro bidimensionale, altrimenti userei dei materiali scultorei.

Nel 2018, a Pisa, eri il protagonista della mostra “Fogli Nudi”. Di quell’esperienza, mi aveva interessato l’assenza di cornici, una sorta di cancellazione di “confini” e “contenitori”. Vuoi parlarcene?

Hai colto nel segno. Ci sono sempre molteplici dinamiche che s’innescano dietro a una mostra; si tratta sempre di “teatro”, siamo sulla scena.

Nel caso di “Fogli Nudi“, una delle ragioni per cui abbiamo scelto di esporre i fogli sospesi in aria è stata quella di avvicinarli il più possibile al mio pubblico.

Invitato ad esporre nella mia città natale, da dove mancavo da oltre 15 anni, ho sentito l’esigenza di annullare le distanze. Era come se mi fossi messo a nudo completamente e senza filtri.

Anche il titolo che ho dato alla mostra voleva rimarcare questo. Credo di essere riuscito nel mio intento.

Vista degli spazi creativi nello studio di Michele Motiscause

A fine 2018, al Wanted CineClan di Milano, hai portato la mostra “Missed Calls”. Era un’esposizione molto emozionale, opere d’arte come oscillazioni visive.

Quali sono le tue “Chiamate Perse” e cosa significano quei lavori per la ricerca estetica di Michele Motiscause?

Quella è stata un’altra avventura: intanto una piccola, ma intensa mostra in un piccolo cinema d’essai di Milano. Un cinema, pur piccolo che sia, è sempre un luogo di sogno, è uno spazio dove ci si confronta con una “visione” altrui. Abbiamo deciso di selezionare una serie di lavori titolati “Chiamate Perse“.

Il tema mi è sempre stato molto a cuore: ho spesso combattuto con queste “chiamate”; sono le nostre voci interiori, a cui quasi mai facciamo caso.

Sono quelle voci che ci indicano una nuova strada, una forma nuova di affrontare la vita, ma sono anche voci che ci mettono in crisi o che tendiamo a mettere da parte, perché ci spaventano o minano la nostra apparente comodità e ci mettono in discussione.

Ho dedicato a questo concetto una serie di pitture su carta, da cui il titolo, proprio perché un giorno feci un salto coraggioso e cominciai a “creare” la mia vera strada d’artista.

Riconosco che è un passo molto complesso, ma ora sono, o almeno penso di essere, più vicino alla mia essenza.

È quasi d’obbligo dedicare un punto ai tuoi progetti, su cui vorrei lasciarti spazio, senza coordinate precise

Stiamo lavorando a molti progetti, tra cui uno commissionato dal Consolato Generale d’Italia a Bcn, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona.

Si tratta di una mostra collettiva a cui parteciperanno, con me, anche altri artisti selezionati che vivono e lavorano in Spagna.

Un altro progetto a cui sto lavorando già da un po’ di tempo, vista la complessità, si chiama: “L’Illusione della felicità (Pezzi di Noia)”.

Si tratta di composizioni di oggetti scultorei pensati per essere piccole perfomances in bilico – Equilibri precari. Dal mio punto di vista sono metafore della condizione umana.

Inoltre, è in preparazione un libro catalogo che ho realizzato durante il lockdown, la serie si chiama “Scarab’Occhi“, disegni asciutti e cattivi.

La ricerca estetica di Michele Motiscause s’è avvalsa del grande supporto di Francesca Regni. Mi piacerebbe che ce ne parlassi e, violando un po’ le regole delle interviste, che anche lei ci regalasse qualche impressione

Francesca Regni è stata ed è centrale nel mio percorso artistico e nella mia evoluzione come artista. Le sue capacità organizzative e di comunicazione, le sue abilità nel costruire una narrazione e nel dare una certa direzionalità alle mie opere, hanno fatto sì che il progetto Studio Motiscause si trasformasse in un’esperienza artistica con aperture internazionali.

È grazie a lei se oggi il mio lavoro è sempre più conosciuto e apprezzato.

Francesca: Ho conosciuto Michele Motiscause per lavoro a Bcn, ho creduto subito nel suo talento. Io sono specializzata in arte contemporanea e sono venuta a Barcellona perché selezionata per un progetto di curatela al Macba (Museo d’Arte Contemporanea).

Da sempre ho voluto lavorare con l’arte e la bellezza delle idee. È una scelta di vita; il mio obiettivo è sempre stato quello di avere un progetto artistico mio, con anche mie idee da poter sviluppare e interventi artistici da proporre in tutto il mondo.

Dopo anni di lavoro, come prima assistente in gallerie d’arte affermate, di pubblicazioni in riviste specializzate, ecc., Barcellona mi ha dato l’opportunità di conoscere un artista autentico, con una grande capacità tecnica (cosa rara di questi tempi) e una curiosità infinita, con cui dare vita a tutto questo.

Michele Motiscause e Francesca Regni

Come forse ricorderai, sviluppo spesso “creative coding”, seguendo o creando installazioni d’arte digitale, generativa e interattiva. È un segmento creativo che potrebbe, un giorno, contaminare la tua azione?

Essendo la mia ricerca estetica multidisciplinare, l’apertura alle nuove forme espressive è fondamentale; di fatto, ho già prodotto dei lavori dove la tecnologia è centrale, non mi escludo a nulla. Per esempio, l’ultimo mio lavoro è un’opera di videoarte, presentata al Festival Loop di Bcn e patrocinata dall’Istituto Italiano di Cultura.

La ricerca estetica di Michele Motiscause … ci avviamo alla conclusione. Credo che, in ogni intervista, ci sia qualcosa di dimenticato tra le pieghe del dialogo.  Cosa vorresti “portare alla luce”?

Voglio scrivere due parole sul mio primo studio di Barcellona dove tutto è iniziato: Spazio Transformer (2007-17). Un atelier ricavato da uno spazio del ‘700 abbandonato nel cuore della città. Fu residenza di un conte e successivamente fu trasformato in un convento. Ho lavorato alla ristrutturazione completa dello spazio con i materiali che trovai dentro. È stato punto nevralgico di incontri e progetti. Lo considero uno dei miei progetti più importanti e l’inizio di tutto.

 

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