La scrittrice presenta il suo secondo romanzo: “Mia madre non lo deve sapere”.

Una casa a cui sembra tutti possano appartenere, chi ci ruota attorno sono gli inquilini più pittoreschi tra parenti, amici e incursioni accidentali che offrono una dimensione famigliare degna di essere narrata. Chiara Francini sigla così la sua seconda opera letteraria con “Mia madre non lo deve sapere”.

Una mano che scorre disinvolta nella scrittura quanto lo sono i suoi personaggi sul grande e piccolo schermo. Una sferzata densa di attualità e tenerezza che conquista senza riserve. La naturalità con cui racconta la storia di Chiara ispira un crescendo di affetto che sublima il quadro di una genealogia complessa ma adorabile.

“Voilà” sembra una formula magica con cui si mettono da parte i malumori per entrare in una dimensione in cui l’amore “riassesta le ammaccature dell’anima”:

la fantasia di un grembo salvifico o concreta ed esistente necessità?

La fantasia è sempre una necessità. Ed è sempre salvifica. La realtà del Voilà è una stanza del cuore, un posto in cui si rimane vicini, in cui lo si è ancora di più perché ci si guarda da una porta socchiusa. Che, come diceva Leopardi è incredibilmente più poetica di una spalancata.

Chiara Francini

Chiara Francini

Chiara Francini incornicia una tavolozza di sentimenti deliziosamente ruvidi e ingenuamente onesti,

di quella stoica fierezza che suscita affetto incondizionato, tale da indurre una riflessione importante per osmosi.

L’osmosi grazie a cui Chiara e tutti i personaggi sono imbrattati è con un libro scritto a mano, disegnato a mano, che restituisce una grafia personale, autentica e genuina, a volte sbafata, altre più marcata, altre ancora perfetta, come la vita.

L’estetica del focolare famigliare non ha colore, né genesi o confini ma si sviluppa spontanea, perché l’amore non è perfetto ma sempre perfettibile?

La grande eredità che i genitori di Chiara le donano è questa lezione: l’amore non è mai tondo, come ci hanno insegnato da bambini. E’ come il pongo e il das con cui giocavamo da piccoli, deve essere approntato, modificato secondo la forma che più ci si addice, secondo ciò che siamo, secondo ciò che vogliamo.

Un amore felice quasi mai è un amore perfetto. “Il perfetto è disumano perché l’umano è imperfetto” come ci insegna Pessoa. E noi siamo fatti di carne, ferite e segni. Grazie a Dio. Meravigliosamente imperfetti.

Il legame tra i personaggi, anche improbabile a volte, è a tratti palpabile e comunque persistente, determina inconsapevolmente la loro salvezza?

I legami sono sempre improbabili, come le abitudini quasi sempre certezze. La salvezza è data dalla consapevolezza di ciò che si è e di ciò che si vuole. Rimanere fedeli a se stessi e non raccontarsi bugie è l’unico viatico per la felicità.

Il progetto è stato pensato per il grande schermo? Ha tanto il sapore di una delle tue commedie cucite addosso…

Sì. Più che cucito, ricamato. E ciò che sottende è ben descritto in questa citazione tratta da “L’isola” di Aldous Huxley: “E’ buio perché ti stai sforzando troppo. Con leggerezza, bimba, con leggerezza. Impara a fare ogni cosa con leggerezza.

Sì, usa la leggerezza nel sentire, anche quando il sentire è profondo. Con leggerezza lascia che le cose accadano, e con leggerezza affrontale. Dunque getta via il tuo bagaglio e procedi.

Sei circondata ovunque da sabbie mobili, che ti risucchiano i piedi, che cercano di risucchiarti nella paura, nell’autocommiserazione e nella disperazione.

Ecco perché devi camminare con tale leggerezza. Con leggerezza, tesoro mio”.

Cristina Rosso

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