Miti del calcio, il mito di George Best, l’irlandese. Il ‘quinto Beatles’, più di George Martin, più di tutti. Il numero 11, il numero 7, il numero 8, il numero che volete.

Perché di numeri il mito George Best ne aveva da vendere

Perché lui è sempre one over the eight con le donne e con il bicchiere. E, ovviamente, con il pallone.

Un falco! Un dribbling interminabile, sempre sul pallone senza sosta, a far impazzire i difensori. Gracile come Baggio sfonda ogni difesa. Testa e gambe e occhi sono un fulmine.

Un felino inarrestabile. Uno sguardo e si lancia e prima che gli altri capiscano qualcosa la palla è già in goal!

I mastini lo spingono lo scalciano, lui barcolla ma il rigore non è interessante…Un calcio al rigore, viva la libertà!

Con tanti nomi dei campionati di calcio e di coppe Champions e Tornei e finali, sempre gli stessi nomi sempre le stesse citazioni con tutte ‘ste pantomime dalla Barbie gozzuta ‘venite a me’ alla lingua di maiale ulivetica, all’orecchio di quaglione…

E togliti la maglia che ti ammonisco! Non lo fare più che sei sudato… E guarda che bella divisa nuova.

Ci sono squadre che sfoggiano una maglia ogni domenica compresa quella da arbitro.

George Best ha una maglia rossa attaccata al tronco magro, attaccata come le sue basette.

La sua maglia, per più di dieci anni è quella del Manchester United dove all’esordio in Champions (a 19 anni) ha la sua apoteosi, la sua consacrazione cacciando in rete due pizze al Benfica di sua maestà Eusebio.

Non ha mai partecipato ad un mondiale di calcio ma…non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.

Lui è il Beatles numero 5. Capelli lunghi, parliamo degli anni sessanta, barba lunga da hipster e ancora parliamo del 1970…

Quando non l’aveva nessuno, neppure il nostro Gigi Meroni, il Best Italiano… Al massimo ti potevi concedere il baffetto alla Sgt.Pepper 1967. L’anno dell’esplosione Pop.

La vita notturna psichedelica, la marijuana e fiumi di whisky e soprattutto Whiskey perché George è fieramente Irish, un irlandese one over the height

e femmine pin up, modelle, le ragazze perdute della London Town, attrici e Miss Regno Unito comprese con cui preferiva allenarsi anziché presentarsi in campo.

Il declino alla fine degli anni sessanta è rapido. Il suo Manchester privo del Best Player finisce in serie B.

E lui, il mito George Best, finisce in ogni angolo del mondo ingaggiato in virtù della sua fama che riempie gli stadi ma non segna.

Il quinto Beatles finisce come finiscono i Fab Four e non segna più e non si allena e nessuno più vede il bicchiere mezzo pieno.

Lui sì fino a che l’alcol lo uccide. Il suo epitaffio lo pronuncia il 20 novembre del 2005: “ Don’t die like me”, non morite come me.

Citare la sua frase emblema è facile: “Ho speso una fortuna in alcol, donne e automobili. Il resto l’ho sperperato”.

La carne è debole. Non per le tentazioni ma perché non dura a lungo. La carriera di un campione non è come oggi dove la medicina ben organizzata legalmente tiene in piedi qualsiasi lavoratore del campo.

Allora ci voleva il talento vero. Per correre per fare impazzire gli spalti per far esplodere lo stadio. Correre forte, con un biglietto di sola andata.

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