Quando Karl Lagerfeld affermava: <<la moda non riguarda solo gli abiti, ma ogni genere di cambiamento>> aveva ben chiaro ciò che sfugge a chi, invece, indossa un capo ignorando il messaggio che esso racchiude. Non di rado, infatti, si incorre nell’errore di pensare che gli ultimi trend sfoggiati sulle passerelle mondiali siano solo il ‘capriccio’ di stilisti di fama internazionale. Seguire le tendenze proposte dalle maison di moda ad ogni stagione vuol dire molto di più che vestire con gusto; significa sposare, talvolta inconsapevolmente, ideologie culturali e politiche ben precise. E questo accade soprattutto con accessori e indumenti haute couture presi in prestito da tradizioni dal passato complesso, rischiando di sminuirne il valore originario. Vittima di un simile destino è la kefiah la cui storia non è sempre nota a chi oggi la indossa con disinvoltura.

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Etimologia della parola

Sull’etimologia della parola vi sono ancora incertezze e, se per alcuni il termine con cui si identifica questo particolare foulard a tre punte deriverebbe dal nome della città irachena di Koufa, – senza particolari motivazioni -, studiosi come Reinhart Dozy, nel 1845, propongono una teoria differente. Stando a quanto riporta nel suo dizionario sull’abbigliamento arabo, l’espressione kefiah richiama termini occidentali come cofia in spagnolo, coiffe in francese, o coifa in portoghese, tutti tradotti in italiano con ‘cuffia’. L’utilizzo di questa parola da parte degli orientali troverebbe spiegazione nel fatto che gli Italiani, nel Medioevo erano coinvolti in commerci che avvenivano nei porti dell’Egitto e della Siria.

Un segno di ribellione per i Palestinesi

Ad ogni modo, qualunque fosse l’origine etimologica del termine, la kefiah appare per la prima volta tra le popolazioni arabe già in epoca medievale come copricapo tradizionale usato da beduini e contadini per proteggersi dal sole. Ma sono tempi ancora lontani dalla connotazione politica che l’indumento assume negli anni ’30 del ‘900.

 Life&People MagazineÈ, il 1936, quando, durante la grande rivolta araba, i palestinesi iniziano ad indossare quel tipico copricapo in simbolo di protesta contro la colonizzazione inglese della Palestina affermatasi in seguito alla Prima Guerra Mondiale. La kefiah, con la sua fantasia in bianco e nero, diventa allora, espressione di identità e resistenza impregnandosi di messaggi politici, sociali e culturali che non potranno essere ignorati in futuro.

Icone che hanno rafforzato il messaggio

Tra i personaggi che hanno contribuito a diffondere il messaggio di cui questa iconica sciarpa si è fatta portavoce negli anni vi è Leïla Khaled, membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestinese, che nel 1969 dirotta a Damasco l’aereo della TWA da Los Angeles a Tel Aviv. Indimenticabile la foto, divenuta famosa successivamente, che la ritrae proprio con indosso una kefiah. Nel ’74 è, invece, Yasser Arafat a salire sul podio dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dopo il riconoscimento dell’OLP da parte delle Nazioni Unite, esibendo lo stesso tradizionale copricapo. Ed è lui a rendere la kefiah ufficialmente un simbolo della rivoluzione palestinese.

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Come arriva in Occidente?

A portare dall’Oriente in Europa il controverso foulard ci pensano gli esponenti di tendenze punk negli anni ’80 aprendo la strada a coloro che lo rendono successivamente emblema di una moda giovanilistica e libertaria. Così, quello che è nato come indumento legato ad un preciso messaggio politico, in breve tempo, si ritrova ad essere portavoce di qualunque atteggiamento ribelle e alternativo. D’altra parte, tra il 1987 e il 199, durante la prima Intifada, la kefiah appare sul capo di giovani palestinesi che lanciano pietre contro le forze dell’ordine israeliane. Sorge, a questo punto, spontanea una domanda: questa storia che in diversi punti non ha mancato di macchiarsi anche di sangue, cosa ha a che fare con l’introduzione della kefiah nella moda occidentale?

La kefiah vista da stilisti e maison

Sembrerebbe che, in realtà, stilisti e maison abbiano perso di vista il reale valore di questa particolare sciarpa. Balenciaga nel 2006 fa sfilare sulle passerelle parigine elegantissimi abiti abbinati a kefiah raffinate, anche Yves Saint Laurent spesso cita il copricapo orientale nelle sue collezioni.  Tra i marchi che maggiormente contribuiscono a sminuire la storia e il passato di questo simbolico capo si trova Louis Vuitton che, nel 2021, propone una stola ispirata alla classica kefiah arricchita dalla propria inconfondibile firma.

storia kefiah | Life&People MagazineTuttavia non è solo l’Occidente a rendere l’antico foulard arabo oggetto di utilizzi impropri. Alcuni designer israeliani come Ori Minkowski si macchiano della stessa colpa già nel 2015 durante la Tel Aviv Fashion Week realizzando abiti con kefiah prodotte a Hebron. Il suo obiettivo è creare un simbolo di convivenza tra israeliani e palestinesi ma non viene ben compreso. L’anno successivo è Dorit Bar Or a presentare abiti femminili derivati dalla kefiah con immagini che erotizzano il tradizionale copricapo suscitando grande indignazione.

Oggi un simbolo di solidarietà verso i Palestinesi

Sono quelli gli anni in cui la tanto controversa sciarpa diviene ufficialmente un trend nella moda internazionale e nel 2017 appare tra le centinaia di abiti e accessori esposti nella mostra “Items: Fashion Is Modern? ” al Museum of Modern Art di New York. Se tuttavia, per molte adolescenti, indossare la kefiah è oggi un semplice vezzo privo di messaggi e significati specifici, in seguito al conflitto tra Israele e Hamas che rade al suolo Gaza, il tipico foulard torna ad affermarsi tra gli occidentali come simbolo di solidarietà rispetto al popolo palestinese. Perché, non va dimenticato… la moda è molto più che abbinare una sciarpa ad un cappotto.

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